lunedì, 26 ottobre 2009

martedì, 15 settembre 2009

“San Marco è anche il nome di una pizzeria”, diceva non mi ricordo chi. A Venezia è tutto romantico decadente; i vicoli marciscono lentamente, con aristocratica dignità. E’ una città per tutti, da turismo mordi e fuggi, come dice il bigliettaio del traghetto. Leghisti, Giapponesi, Americani scattano foto, sorridono, passeggiano,  fanno la fila, comprano souvenir, mentre Venezia passando dagli occhi ci entra nel cuore. Gli edifici incollati gli uni agli altri, scavati da canali e viottoli, formano labirinti dove è impossibile perdersi, tutte le strade portano a Piazza San Marco, entrandoci si ha l’impressione di invadere un palcoscenico. Venezia, schiacciata tra l’Europa e l’Oriente, si apre sui monumenti, su bancarelle di souvenir tutti uguali: palazzo ducale dentro una boccia di vetro accanto alle gondole made in china.


Venezia Kitsch…

 

postato da raffapiccinni | 18:33 | commenti (32)
racconti, foto raffaella, io leghista

martedì, 08 settembre 2009
A true story...

 cinescopio


...Il taxi è rotto, tanto per cambiare. è il destino di un’auto che non si ferma mai. Giace immobile e bianca nella penombra dell’autofficina, dalla bocca del cofano spalancato emerge il mio meccanico, Giovanni, anche lui ha fatto troppi chilometri, da qualche anno soffre di diabete, ne parla come se fosse un guasto riparabile, ognuno ha le proprio categorie. Eppure so che non si cura:
“Ciao Giovanni, lo sai, è morto Mike Bongiorno, aveva il diabete…”
A dir la verità non so neppure se aveva i capelli, la chioma biondiccia pareva il cranio di una bambola, ricostruita a piccole ciocche isolate. Però ho insinuato una paura. La parola diabete è un pulsante, richiama le sue antenne su ciò che non vuole vedere. Il diabete è una malattia subdola, danneggia gli organi lentamente, non va presa con leggerezza. Terrorizzarlo è il mio modo di volergli bene.
Accende la vecchia radio, ascolta in silenzio:
“La notizia è stata data da Sky24, Mike Bongiorno aveva appena lasciato Mediaset per approdare a Sky…
“Ah ecco – mi dice – non è stato il diabete, se restava a Mediaset…”

“Sei incredibile!” gli rispondo, mentre penso che infondo la logica del mio meccanico  ha un senso. Mike Bongiorno non poteva vivere fuori dalla tv generalista, reinventarsi, riciclarsi come la spazzatura nei reality. Non è morto solo un uomo, il padre televisivo che ha svezzato infinite generazioni, partendo dalla tv in bianco e nero, fino a quella a colori; Mike Bongiorno è venuto ancora prima del telecomando, ricordo che noi avevamo quello umano, mio fratello più piccolo restava in piedi accanto alla tv, gli si diceva "cambia", solo quando finiva lo zapping tornava a sedere, non era una tortura, avevamo solo dieci canali. Mike, un pilastro nella tv anni ’80. Il Drive in, le maggiorate, i colori pastello, l’E-Team, i cartoni animati. Quanti ricordi ci lascia mamma tv, ormai morta, lui non poteva sopravvivergli. Cosa c'entra Mike Bongiorno con la tv di oggi!? lui, che dallo schermo ci entrava in casa, sempre impeccabile, sempre elegante con un'antica cortesia, immutabile, urlando: "Allegria!"



lunedì, 24 agosto 2009







L'invidia è la virtù dei mediocri

                                                   Raffaella - 2009-8-24 - Milano




postato da raffapiccinni | 11:42 | commenti (17)
in una riga

domenica, 23 agosto 2009

sabato, 22 agosto 2009
cosa sto leggendo in taxi...


giorno 01_07





"Io fui del cielo, e ritornovvi ancora
per dar de la mia luce altrui diletto;
e chi mi vede e non se ne innamora
d'amor non aveva mai intelletto"

                               Dante - Rime








postato da raffapiccinni | 16:10 | commenti (2)
libri

venerdì, 21 agosto 2009



io e...


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giovedì, 20 agosto 2009

venerdì, 14 agosto 2009



Non è un comune temporale estivo, il cielo vomita sulla città e i lampi sono colpi di frusta che sembrano dirmi: «non sfidare gli Dei, accosta e aspetta che passi la tempesta».

Ho 15 ore di lavoro sulle spalle perché oggi i tranvieri hanno deciso di scioperare. Sono troppo stanca per assecondare il cielo. Il mio taxi è un puntino bianco che si fa strada nella tempesta come un meteorite scagliato a razzo verso la terra, verso casa, se ne vede solo la scia, nulla lo può fermare! Tranne un vecchio cinese fradicio sotto un cartellone pubblicitario, subisce immobile l’assalto del cielo. Stringe al petto un fagotto. Freno, sento le gomme scivolare sullo strato d’acqua. Il vecchio sale in macchina con la gioia di un viandante accolto in un rifugio asciutto. Il sedile posteriore produce un suono irritante, di spugna che s’inzuppa. Lo fisso perplessa, sono senza parole. Indossa un abito tradizionale cinese che sembra un pigiama di seta nera. Ha lunghi capelli bianchi e sfilacciati, raccolti in una coda sottile. Parla la lingua originale, suoni taglienti che sembrano provenire da un disco accelerato. Ora vedo meglio il fagotto: un maialino morto avvolto in un sacchetto di plastica trasparente che l’acqua lascia aderire alla carne rosa. Mi porge un biglietto umido, l’indirizzo è scritto sia in italiano che in cinese, gli ideogrammi colano verso il basso. Le indicazioni conducono a un negozietto con l’insegna dipinta a mano, sulla soglia ci sono altri cinesi, anche loro portano con sè il macabro fagotto, egualmente morto e accuratamente imbustato.

    Il buon senso mi suggerisce di scaricare il vecchio senza fare domande, ma la curiosità è più grande della saggezza. Scendo dal taxi per aprirgli la portiera, lui ne approfitta e mi porge la busta, rabbrividisco. Oltre la plastica trasparente, percorsa da gocce d’acqua, il maialino sembra nudo. La vittima di un assurdo film dell’orrore, colta di sorpresa mentre si faceva la doccia. Gli occhi immobili sull’ultima emozione, la bocca sorpresa. Per un attimo sembra che l’urlo venga da quel corpo morto, piuttosto che dall’interno del negozietto.

   L’urlo risuona in tutta la via, violento, pieno di disperazione. La porta del negozio è un enorme vetro bianco latte, incastrato in un telaio di ferro, con grandi ideogrammi neri dipinti a tratti energici. Oltre quella porta stanno ammazzando qualcuno. È la bottega degli orrori.

   Il vecchio siede ancora all’interno del taxi, ha un sorriso vago, indecifrabile, potrebbe essere un ghigno malvagio o un cenno per mascherare l’imbarazzo, questa ambiguità accresce la mia paura, lui lo sa, la paura si sente! E’un fulmine che ti piomba nel corpo, è una scarica improvvisa di adrenalina, la biochimica che ti dice: «si mette male». Gli altri cinesi sembrano stranamente indifferenti alla mia presenza, immobili come l’esercito di terracotta, fissano increduli la vetrina del negozio. Vorrei dire: «va bene, si è fatto tardi, a casa mi aspettano…» ma un uomo accasciato e nudo colpisce la porta del negozio dall’interno, subito si ritrae con uno scatto che pare innaturale, ne rimane solo una scia, rossa, lungo il vetro candido come carta di riso, proprio sotto il nero degli ideogrammi, sembra un timbro, un antico sigillo imperiale.

   Oltre le persiane chiuse colpite dalla pioggia ci sarà un’altra persona che ad agosto è rimasta in città. Qualcuno che sente queste urla e sta chiamando la polizia, non pretendo che scenda a salvarmi. Ma è più probabile che stia filmando la scena per metterla su youtube, in agosto a Milano resta solo il disagio sociale.

   Sento le urla avvicinarsi nuovamente, l’ombra sbatte ripetutamente contro il vetro, irradiandolo di schizzi. La porta vibra sotto ogni colpo, sta per cedere, si spalanca con uno scatto secco: un maiale fugge lungo la via buia, perde sangue dalla gola tagliata. Ecco l’uomo che la mia fantasia ha visto nudo, ferito, accasciato, si tratta di un maiale sfuggito a metà dell’opera. È inseguito dal suo assassino. Il macellaio brandisce un coltello, indossa un camice sudicio, le macchie di sangue fresco si sovrappongono a quelle più scure di sangue rappreso. L’urlo di un maiale ferito è spaventosamente umano, ricorda quello isterico delle donne nei film in bianco e nero, pare un soprano costretta a cantare mentre fa i gargarismi. Il macellaio si volta verso di noi, parla cinese, si rivolge ai suoi connazionali, con il braccio fa segno di seguirlo, nessuno bada a me, è come se non esistessi, sono solo una tassista capitata nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

   La pioggia scende sempre più fitta, sfumando i contorni. L’animale corre disperato inseguito dai cinesi, una tribù isterica rincorre un annaffiatoio a quattro zampe che spruzza sangue ovunque, ne resta una striscia liquida anche sulla portiera del mio taxi, all’altezza della scritta “Comune di Milano”, goccioloni tondi di sangue denso e scuro come cioccolata che la piaggia allarga e dissolve.

   La corsa del maiale si fa sempre più fiacca, affannosa, la vita lentamente si svuota sul marciapiede.

   Preso! «fu huò, fu huò», urla un cinese che è riuscito ad afferragli una zampa posteriore, guarda i suoi compari con aria soddisfatta, trionfante. Trascina l’animale per un breve tratto, la sagoma rosa lascia sotto di sé una scia scomposta, simile al colpo di un pittore per pulire il pennello.

   Il maiale giace sull’asfalto nero, tirato a lucido dal temporale, respira a fatica, l’urlo ormai è un rantolo, ha gli occhi sbarrati, disperati. Un corpo nudo e pallido sdraiato al centro di una strada nera. Una pietà suina! Grottesca e insieme tragica. Come una lacrima un rivolo d’acqua e di sangue scende verso un tombino, porta con sè un mozzicone di sigaretta, la carta di una caramella e il foglietto con il pensiero di un Bacio Perugina, chissà che c’è scritto? Mi avvicino per leggerlo ma il macellaio lancia una secchiata d’acqua sulla pozza si sangue, un’onda improvvisa tira uno schiaffo all’asfalto mischiando sangue e sporcizia. Alzo lo sguardo, fisso il cinese con odio. Lui non capisce, non gli importa capire. Solleva il mento, mi rivolge parole taglienti, come se avesse una lametta conficcata in gola, ha in mano il portafoglio, indica il tassametro che nel frattempo ha continuato a girare: non ha misurato la strada ma gli ultimi respiri di un maiale che muore nella città vuota in agosto. Mi paga in modo sbrigativo, con la stessa naturale freddezza con cui ha ucciso, come un gesto ripetuto talmente tante volte da perderne il senso.

postato da raffapiccinni | 11:43 | commenti (2)
racconti, cina

lunedì, 03 agosto 2009



πάντα ῥεῖ - panta rei - TUTTO SCORRE
                                                       Eraclito
                                         - uno dei maggiori filosofi presocratici -


...si vede che non ha mai fatto la Salerno-Reggio Calabria!
                                                         Piccinni
                                            
- una dei peggiori tassisti di Milano -


                   


postato da raffapiccinni | 23:06 | commenti (17)
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